Such a pretty house, such a pretty garden

E’ domenica mattina, fuori piove stanco dopo una nottata di lampi e tuoni laceranti. Sono saltata nel letto come una molla ad ogni squarcio nel cielo per tutta la notte ma dopo i primi quarti d’ora di paura e ansia mi sono abbandonata all’accettazione. Nel dormiveglia mi sono stancata di lottare contro la paura ed ho accettato che infondo questa grossa palla di terra deve pur creare qualche fastidio per continuare a starsene così assurdamente sospesa nel vuoto. E’ così, non sono brava a introdurre i miei pensieri, mi sento più portata per la conclusione che per l’incipit, e invero i tuoni, i lampi, la palla sospesa, non sono metafora di un bel niente, ma almeno tutto questo scrosciare e tuonare mi ha dato il tempo di pensare.

Se è vero che ciascuno di noi ha domande e bisogni basati sul personalissimo vissuto, allora io che cosa sto cercando? C’è una rotta tracciata dentro di me? Ci sono dei punti sui quali sto lavorando?

E’ così fragile e mutevole l’attenzione che riserviamo al nostro mondo interiore nello spingere in avanti la nostra esistenza. Probabilmente è un fatto culturale. La mia vita familiare così burrascosa e dolorosa si è ingurgitata ogni domanda, ogni ricerca, ogni desiderio che non riguardi una vita serena, banale e prevedibile. Sì, sfido chiunque venga da una famiglia disfunzionale e litigiosa, macchiata di depressioni, isterismi, atti di violenza, odio represso… sfido chiunque si riveda in questo passato a non desiderare altro che la tranquillità, la prevedibile noiosa tranquillità. Non so quando sia accaduto di preciso, ma ad un certo punto della mia vita ho mollato le redini del cavallo impazzito che mi batteva nel petto ed rinunciato agli entusiasmi amorosi, alle emozioni forti e destabilizzanti, per preferire rapporti sereni, ho barattato gli scossoni con le carezze.

Such a pretty house, such a pretty garden, no alarms and no surprises, come dice la canzone dei Radiohead. Ogni sognatore prenderebbe questa fotografia di vita ideale e ne farebbe ottimo bersaglio per le freccette. Ogni adolescente, ogni innamorato, ogni idealista.

Ma io no, io ho perso così tanto tempo a capire chi non sono, a tracciare un ritratto di chi non sarò mai che mi sono dimenticata di costruirmi un’identità tutta mia, un profilo che non sia il negativo dei miei genitori. Forse quello che vorrei sentire dentro è un’utopia, forse non si può scindere totalmente il nostro passato da ciò che siamo oggi. E’ come chiedere al pane di non assomigliare neanche un pò all’impasto colloso e immangiabile di acqua e farina. Però il pane è effettivamente pane, lontano anni luce da quell’impasto umidiccio senza forma. Forse si può lavorare alla crescita e all’emancipazione da un esempio negativo, sentirsi se stessi non in ragione di una negatività (io  sono ciò che i miei genitori non sono) ma in ragione di un passaggio positivo, evolutivo in qualche modo. Forse i passaggi che mi renderanno unica, qualcosa di separato e diverso dal mio passato, sono ancora in atto e non posso riconoscermi in un abbozzo finchè il ritratto non sarà maturo.

Questo discorso è pieno di forse e probabilmente fa schifo. Sarà l’effetto del profumo… sono allergica a quella robaccia chimica ma mi fa sentire un pò più chic… quindi a volte mi intrufolo nella profumeria del centro commerciale sulla strada per l’ufficio, prendo una bottiglia colorata, me ne spruzzo un pò, e poi soffro come un cane con la gola ingrossata, il naso chiuso e un sapore di fiori marci in bocca che mi da la nausea… anche questa felpa, vittima della spruzzata clandestina, andrà lavata almeno un paio di volte prima di tornare innocua per le mie vie respiratorie…