Viaggio in bus

Rientrando a casa mi abbandono sul sedile del bus. No, questo non è un emozionante racconto di un viaggio alternativo alla volta di mete esotiche… si tratta solo dell’abituale spostamento dal punto A al punto B. Dal lavoro al weekend. Dalla stanchezza al riposo. Non poco in ogni caso!

I due ragazzini davanti a me si baciano. Lei bionda, lui con gli occhi tondi, vividi, lucidi, la pelle tesa e piena, le guance irrigate di rossore. Si dividono, tornano a guardare davanti a se, seduti sulle poltroncine vicine. Penso… beh, un bacio, uno solo, come negarlo. Poi ancora un tuffo nella bocca di lei. Si dividono ancora. Quando non si baciano stanno in apnea. Guardano dritto avanti come sospesi, celano l’ardore in un modo davvero pessimo. Poi lui tuffa la faccia nella faccia di lei di nuovo. Inevitabilmente, banalmente, mi viene in mente la poesia di Jacques Prevert…

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Rabbia. Già. In un mondo dove tutto è finto, riprodotto, indotto, virtuale, fasullo, ingannevole, lontano… le emozioni vere, di pancia, sangue, carne… infastidiscono. Ma la vita è contagiosa e l’irrimediabile, stupida romantica che è in me si è fatta trascinare nell’autocommiserata ricerca di emozioni.

Mi chiedo se ci sia mai stata magia tra me e il mio uomo…. Mi dico di no. Poi mi fermo a guardare meglio nei ricordi. E vedo la sua espressione mentre, incredibilmente, delira le parole “…Voglio fare l’amore con te per sempre…” una delle nostre prime volte. Tutte le sue corazze crollate all’improvviso, il duro rocchettaro che adora le serate folli, che fatica a dire “Ti voglio bene”, che non ti guarda mai negli occhi e non ti fa mai un complimento… svanito in un abbraccio come un sogno dimenticato. Davvero incredibile. O la sera prima della sua partenza per un viaggio con gli amici, mi mette a letto, mi abbraccia, mi bacia, si allontana nel buio verso l’uscita, poi torna indietro di scatto e mi bacia l’ultima volta…

Me ne tornavo a casa così, tirando le ultime boccate di emozioni, ubriaca di stanchezza, consapevole di andare verso la porta di casa, con tutti i problemi dietro, con i soliti litigi da origliare frustrata, tra il risentimento e l’indifferenza…

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Such a pretty house, such a pretty garden

E’ domenica mattina, fuori piove stanco dopo una nottata di lampi e tuoni laceranti. Sono saltata nel letto come una molla ad ogni squarcio nel cielo per tutta la notte ma dopo i primi quarti d’ora di paura e ansia mi sono abbandonata all’accettazione. Nel dormiveglia mi sono stancata di lottare contro la paura ed ho accettato che infondo questa grossa palla di terra deve pur creare qualche fastidio per continuare a starsene così assurdamente sospesa nel vuoto. E’ così, non sono brava a introdurre i miei pensieri, mi sento più portata per la conclusione che per l’incipit, e invero i tuoni, i lampi, la palla sospesa, non sono metafora di un bel niente, ma almeno tutto questo scrosciare e tuonare mi ha dato il tempo di pensare.

Se è vero che ciascuno di noi ha domande e bisogni basati sul personalissimo vissuto, allora io che cosa sto cercando? C’è una rotta tracciata dentro di me? Ci sono dei punti sui quali sto lavorando?

E’ così fragile e mutevole l’attenzione che riserviamo al nostro mondo interiore nello spingere in avanti la nostra esistenza. Probabilmente è un fatto culturale. La mia vita familiare così burrascosa e dolorosa si è ingurgitata ogni domanda, ogni ricerca, ogni desiderio che non riguardi una vita serena, banale e prevedibile. Sì, sfido chiunque venga da una famiglia disfunzionale e litigiosa, macchiata di depressioni, isterismi, atti di violenza, odio represso… sfido chiunque si riveda in questo passato a non desiderare altro che la tranquillità, la prevedibile noiosa tranquillità. Non so quando sia accaduto di preciso, ma ad un certo punto della mia vita ho mollato le redini del cavallo impazzito che mi batteva nel petto ed rinunciato agli entusiasmi amorosi, alle emozioni forti e destabilizzanti, per preferire rapporti sereni, ho barattato gli scossoni con le carezze.

Such a pretty house, such a pretty garden, no alarms and no surprises, come dice la canzone dei Radiohead. Ogni sognatore prenderebbe questa fotografia di vita ideale e ne farebbe ottimo bersaglio per le freccette. Ogni adolescente, ogni innamorato, ogni idealista.

Ma io no, io ho perso così tanto tempo a capire chi non sono, a tracciare un ritratto di chi non sarò mai che mi sono dimenticata di costruirmi un’identità tutta mia, un profilo che non sia il negativo dei miei genitori. Forse quello che vorrei sentire dentro è un’utopia, forse non si può scindere totalmente il nostro passato da ciò che siamo oggi. E’ come chiedere al pane di non assomigliare neanche un pò all’impasto colloso e immangiabile di acqua e farina. Però il pane è effettivamente pane, lontano anni luce da quell’impasto umidiccio senza forma. Forse si può lavorare alla crescita e all’emancipazione da un esempio negativo, sentirsi se stessi non in ragione di una negatività (io  sono ciò che i miei genitori non sono) ma in ragione di un passaggio positivo, evolutivo in qualche modo. Forse i passaggi che mi renderanno unica, qualcosa di separato e diverso dal mio passato, sono ancora in atto e non posso riconoscermi in un abbozzo finchè il ritratto non sarà maturo.

Questo discorso è pieno di forse e probabilmente fa schifo. Sarà l’effetto del profumo… sono allergica a quella robaccia chimica ma mi fa sentire un pò più chic… quindi a volte mi intrufolo nella profumeria del centro commerciale sulla strada per l’ufficio, prendo una bottiglia colorata, me ne spruzzo un pò, e poi soffro come un cane con la gola ingrossata, il naso chiuso e un sapore di fiori marci in bocca che mi da la nausea… anche questa felpa, vittima della spruzzata clandestina, andrà lavata almeno un paio di volte prima di tornare innocua per le mie vie respiratorie…

Normalità?

Di ritorno da una gran bella serata con gli amici, in macchina mi sono promessa di non mettermi a scrivere… ed eccomi qua.

Sono andata al concertino di tre fratelli, miei grandi amici, che suonano un po’ in tutte le feste di paese nella mia zona. Li applaudivo col solito gruppo di amici accanto e tra il pubblico c’erano anche i genitori. Osservavo i due che avevano negli occhi la serenità e sul viso tutte le rughe dei loro sessanta abbondanti. Battevano le mani, guardavano i frutti di tanti anni di sacrificio e amore, avevano tutta la normalità di una coppia della loro età, tutto il piacere di passare una serata diversa, all’aperto, con i calzoni bianchi e le scarpe da passeggio.

Per carità, da vicino nessuno è normale, e da lontano è facile farsi commuovere dalla serenità esteriore. Non credo che loro siano felici e che i miei siano infelici. Dico solo che loro sono persone sane, e i miei hanno la mente consumata da… da un sacco di cose.

Pensavo alle pericolose verità che ho scritto in questo blog, che una volta uscite allo scoperto hanno iniziato a martellarmi più che mai. Pensavo che i miei genitori non sono sempre state persone abbruttite, molli, avulse dalla realtà, decadute. Pensavo alla pioggia che ha battezzato questa giornata. Pensavo a quella volta che mio padre è venuto a prendere me e mio fratello a scuola, eravamo alle elementari. Per strada si era messo a diluviare, mio padre ha allargato la giacca e ci ha coperti, uno da una parte e uno dall’altra, e siamo corsi a casa. Non gli arrivavamo alle costole.

Ricordo quella corsa come uno schiaffo.

E mi chiedo come cazzo è potuto succedere che sia diventato la persona che è. Che la sera biascica penosamente le parole per il troppo vino, e per lo stesso  motivo ha tempi di reazione di una lentezza che ti viene voglia di urlare. Forse un giorno riuscirò a perdonare tutto questo ed amare di nuovo. Guardavo il papà dei miei amici, parlavamo di lavoro, del lavoro che non c’è, di come vanno le cose, delle ferie, i discorsi normali tra persone normali.

E’ così struggente la fragilità dell’uomo che si dimena e si tormenta, e si ama e si odia e si chiede perchè, su questa palla di terra, irrazionalmente sospesa in mezzo al vuoto…

Sere nere

Per anni mio padre ha avuto scatti di ira periodici e folli. Per lunghi periodi la sua rabbia è esplosa ogni 3 – 4 mesi con regolarità. Quando succedeva la sua violenza debordava completamente, incontrollabilmente, sembrava posseduto da un urto di odio indescrivibile. Le sfuriate duravano anche tutta la serata. Ci minacciava e ci picchiava. Un paio di volte ho chiamato la guardia medica: la prima volta la dottoressa che ha risposto si è rifiutata di intervenire perché di guardia da sola, sentiva distintamente le urla e i colpi di oggetti attraverso la cornetta, e non si presentò mai, ne mandò qualcun altro. Spero che oggi quella poveretta abbia la miserabile esistenza che merita. La seconda volta è intervenuto il medico che, sentendo nell’alito di mio padre l’odore di alcol, gli consigliò di curarsi, di entrare in terapia, di prendere farmaci. Dopo le sfuriate tutto tornava come prima e mio padre, per perdonarsi e forse farsi perdonare, restava allegro e sorridente per qualche giorno.

Questi episodi di violenza sono accaduti con costanza durante tutto il periodo in cui ero alle superiori, pressappoco. Parliamo di una decina di anni fa. Poi che io ricordi non è più successo, non con quella intensità. E prima beh, eravamo ragazzini, attribuisco le sbroccate al comportamento di un padre mediamente problematico e violento che deve vedersela con due ragazzini con poca voglia di studiare e tendenzialmente litigiosi.

Credo che ci sia uno sfondo da tracciare e considerare, dietro questi episodi violenti. Sono convinta che mio padre abbia perso la capacità di amare, non vedo malattia peggiore e non vedo quale altra interruzione, quale altra malattia dentro di lui, possa spiegare altrimenti tutto questo.

Lo amavo alla follia quando ero bambina. Era bello, magro, un sorriso dolcissimo e gli occhi verdi come i miei. Ma lui ad un certo punto mi ha tradita, ha tradito tutti noi. E’ diventato cattivo, rabbioso, il suo bersaglio preferito è sempre stata mia madre. Ma col passare del tempo i suoi scatti di nervosismo verso mia madre si sono fatti sempre più sfacciati ed arroganti. Lei sembrava non notare. La schifava. La derideva. Si chiudeva in bagno e lo sentivo bestemmiare tra i denti, insultare me e mio fratello bisbigliando di rabbia, mentre ciucciava sigarette. Contavo gli insulti e le bestemmie, annotavo ad ogni sbotto rabbioso su un taccuino immaginario una tacca in meno di amore nei nostri confronti. Senza dire che mia madre, ovviamente, è stata schiacciata nell’animo dalla sua bruttezza e -peggio che mai- dalle sue sfuriate pazze di odio, rabbia e violenza. Ho stampato nella memoria il grido senza fiato di mia madre buttata giù dalle scale da mio padre (per fortuna non è caduta). E quella volta che lui ha minacciato di suicidarsi e si è ficcato un coltellaccio da cucina sotto la pancia. Mia madre è accorsa premendogli la mano sotto il ventre per controllare cosa si era fatto. Non ebbe il coraggio di premere a fondo comunque.

Nei periodi di normalità in ogni caso mio padre è sempre stato un uomo introverso, chiuso, autoritario, amante della vita spartana.

Fino a qualche minuto fa pedalavo decisa sulla cyclette, ho iniziato a raccontare tutto questo senza una decisione precisa e mi rendo conto di offrire fotografie isolate di vita vissuta, e sicuramente in modo disordinato, ma ognuna di queste immagini svetta come un pugnale affondato nel mio petto.

Vorrei concludere questa parentesi dicendo che la nostra vita oggi è alquanto normale. Sia chiaro che mio padre non è ne stupido ne del tutto inconsapevole, e io mio prendo la libertà di malignare sul suo conto: sospetto che la sua attuale quasi normalità sia dovuta anche alla consapevolezza dei suoi trascorsi e al senso di colpa.

Ho sentimenti molto diversi verso i miei due genitori. Ricordo questi episodi con rabbia ma anche con un senso di riscatto per la donna che sono diventata. Non gliel’ho data vinta, non sono fuggita alla prima occasione barricandomi dietro l’indipendenza economica appena conquistata appena dopo le scuole superiori (ad una settimana dal diploma io lavoravo già, ed erano i primi anni della crisi), ho resistito, ho lavorato e studiato, tenendo duro e stando fuori casa tutto il santo giorno, con fatica e sacrificio, pur di non vivere l’inferno di casa, pur di non lasciarmi trascinare giù.

Verso mia madre, invece, provo molta tristezza, empatia, rassegnazione. Perché la vera vittima è lei. Vittima di se stessa. Mi viene quasi da ridere amaramente quando penso a questo dettaglio, ma quando ha tentato di raccontare gli episodi di violenza di mio padre alla cognata, quella ovviamente le ha dato dell’esagerata, ha risposto che era lei che lo faceva diventare matto, che era una rompicoglioni. 

La depressione di mia madre oggi latita tra un periodo di quasi stabilità ed uno di totale debolezza. La rabbia di mio padre è nell’impasto di ogni suo atto di autoritarismo e durezza in generale, ma non ha più ondate violente come una volta. A volte torno a casa dal lavoro e la sua voce non schizza in strane inflessioni a causa del vino, e in quei rari casi ceniamo in un clima di tranquillità. Certo parlare sarebbe davvero chiedere troppo. Ma anche la tranquillità, l’assenza di tensioni e provocazioni, rinfacci o aggressività passiva, è ampiamente apprezzata.

Non ho ancora parlato di me a dovere. Non sono certo stata la figlia più adatta ad un genitore cresciuto a sua volta a suon di mazzate (emulate in modo eccelso, chiaro), sono stata certamente un’adolescente ribelle e difficile, una giovane piena di ambizioni e desideri ben oltre ogni pessimistica previsione dei miei genitori. A 15 anni avevo il desiderio di trascorrere una vacanza studio in college a Londra, ma stiamo scherzando? Quello che per gli altri ragazzi era normale qui era vissuta come un segno del demonio nella mente di una ragazzina che non doveva concepire un mondo al di là dell’oratorio del paese.

E poi ho gridato, e lottato contro tutto questo, e ho cercato di mettermi tra i miei genitori, e contro mia madre, finché non ho capito che potevo solo astenermi e costruirmi un mondo fuori, smettere di sperare di poter cambiare qualcosa.

Ah, e con questa vincerò certamente il premio alla banalità, credo onestamente che gli uomini siano sostanzialmente privi della capacità di amare davvero. Non odio gli uomini, penso solo che siano più deboli, difettati in qualche modo. Mutilati.

Da una figlia

I vicini fanno chiasso. Al solito. Si sfottono, gridano, si lanciano cuscini. Ridono. Cose che si sentono solo fuori. E’ tardi e sono davvero stanca, al lavoro ho quasi buttato la mattinata per poi concentrare tutto nel pomeriggio. Sono stata contenta di rimanere da sola in ufficio fino alle sette passate, nonostante la stanchezza. Fuori diluviava e dalla porta aperta entrava una bell’aria fresca. Mi sento stanca come quando preparavo un esame. Leggevo e storpiavo il libro tutto il giorno, per arrivare ad avere materiale sufficiente per imparare a memoria solo la sera. E allora, proprio verso quest’ora, quando tutti erano davanti alla tele io iniziavo a girare per la stanza col libro in mano, come un copione. Ma i miei trascorsi universitari non sono esattamente ciò che vorrei raccontare stasera. Sto per tirare fuori qualcosa di brutto e triste quindi vi consiglio di girare alla larga.

Ho la presunzione di poter sfatare un paio di miti. Prima di tutto vorrei dire che “depressione” non significa solo tristezza e pigrizia. Poi mi viene da dire che vivere con una persona malata significa vivere per quella persona. Al contempo però, è impossibile soffocare del tutto il bisogno che si ha di quella persona. E allora ti arrabbi, arrivi ad odiarla. Vuoi parlare con quella persona, ma quella che ti risponde è la malattia. Non puoi parlare a viso aperto, non puoi dirle ciò che pensi. La distruggeresti. Non è mai, in nessun caso, uno scabio tra pari.

Se la relazione normale è un dare-avere, quella con una persona malata è solo dare. E questo, specie per una figlia, è difficile da sopportare. Vorrei parlare dei numerosi volti che ha assunto nel tempo la depressione di mia madre, delle fasi e delle intensità raggiunte. Dalla totale mancanza di forza fisica (perfino di stare seduta a tavola, anche se digiunando), alla sua incapacità di cucinare, in alcuni periodi, per gli urti di vomito che le provocava, fino ad intere notti passate a gridare odio e rabbia per ogni questione possibile immaginabile seppellita in 30 anni di matrimonio. Ricordo che una volta, da ragazzina, spronai mio fratello a fare presto, una volta scesi dal bus, sulla strada verso casa, perchè la mamma era sola a casa. Aveva passato gli ultimi due giorni a gridare e piangere per tanti motivi e nessuno che riuscissimo a capire davvero. Il casus belli poteva essere stato un normale screzio con mio padre, o con noi, o tra di noi. O una rispostaccia di mio padre. Ma la reazione era comunque eccessiva. Ovviamente mia madre non è sempre così, ma si tratta di lunghi periodi che ricordo con dolore. Enormi lacerazioni che hanno segnato il suo animo, solchi latenti dietro lo strato di normalità, nascoste dietro la perfezione estetica della nostra casa.

Tento di spiegare tutto questo, tento di impostare una descrizione dei fatti ma fallisco. Non ci riesco. Forse con un ultimo sforzo riesco a tracciare un altro spunto di orrenda verità. La debolezza di mia madre l’ha resa dipendente dal suo detestato marito. Bisognosa del suo boia, più che innamorata, si è procurata una morte lenta e odiosa, come solo la vita di una persona profondamente depressa può essere. Lo dico con tutta la tristezza e la rassegnazione di cui può essere capace una figlia. La nostra casa è bella e perfetta. Ma non è raro trovare sotto il centrino del comò in camera dei miei una lettera di supplica di mia madre per il suo psicanalista. Confidenza, supplica, richiesta, comunicazione. Sono tanti i perchè di quella corrispondenza a senso unico, che si aggiunge alle sedute. Una volta lei era in una fase acutissima di rabbia e disperazione e parlava e gridava tutto il giorno e tutta la notte. Dormiva due o tre ore e poi riattaccava. Io ero sempre all’università e la supplicavo almeno di farmi dormire. Non so come abbiamo fatto a non beccarci una denuncia dai vicini. Era dura stare fuori tutto il giorno per studiare. Col caldo e col freddo passavo da una biblioteca all’altra passando più tempo possibile con i miei amici e compagni di studio.

Il suo bisogno irruente di sfogare, comunicare, dire, la portavano a scrivere al suo psicanalista anche in quell’occasione. Ricordo di aver trovato il foglio a righe fitto di parole in sala. Diceva così: “Io sono niente, io sono merda. Sono una nullità…”. E’ dura essere testimoni della vita di una persona, UNA MADRE, che non ama se stessa. Partorita per aiutare la famiglia, mia madre non ha mai avuto altro scopo che lavorare per qualcun altro. Prima i fratelli ed i genitori, poi il marito, poi per noi figli. La sua spina dorsale ha un prolungamento immaginario con quella di tante altre persone, alcune delle quali non hanno esitato a prosciugarla. Non ha mai avuto per la testa altro desiderio se non quello di DARE, farsi in quattro per gli altri ben oltre le necessità ed aspettative. Il suo “Essere con” è sempre stato un “Essere per”. Questo le ha impedito ab initio di costruirsi una propria identità. Io sono convinta di questo. Io credo che non ci sia altro motivo per cui una persona (che ha un’evidente mancanza di autostima) arrivi a dire e scrivere cose del genere di se stessa.

La lettera proseguiva parlando della sua lotta infinita contro la maleducazione di mio padre, contro i suoi scatti d’ira, la sua bruttezza. E qui tanti si chiederanno perchè allora non l’abbia mai lasciato. Io dico che ha bisogno di lui per vivere, anche se la parola “vita”, qui, suona come una disgustosa ironia.

Negativo

Mi sono lasciata sotto gli occhi la fotografia -muta eppur eloquente- che meglio rappresenta i miei genitori oggi. Gente che non sorride più. E adesso vorrei fare un passo in più nell’incursione nella loro mentalità, più che nella ricostruzione dei fatti. Anche qui mi aiuto con un simbolo della negatività che hanno maturato in loro.

Papà, un invito ad un matrimonio!

Ah! Un’altra spesa.

Ovvero, misurare in negativo la vita. La vita è misurata in perdita di energie, di risparmi, di tempo. Un cinema è solo il prezzo del biglietto. Un gelato è solo una spesa inutile. Una pizza, non ne parliamo neanche. Così come il tempo che spendo io, figlia, fuori col fidanzato o con le amiche, è per loro tempo sottratto ai mestieri di casa. E’ probabilmente così che si sono persi la bellezza, la bontà, la luce negli occhi. Non sulla via della condotta del buon padre di famiglia, non perchè siamo una famiglia, le spese ci sono, e bisogna risparmiare e collaborare, no. Non me la raccontate. Perchè non sanno più che cos’è la bellezza. E forse la gioia.

Queste mie parole non sono di rabbia, ma di tristezza per due genitori ormai fantasmi di carne, che hanno vissuto anni squilibrati tra rabbia, violenza e odio, e ora non sono che l’ombra di ciò che sarebbero potuti essere.