Campari e grida

Sento quanto è effimero ciò che provo. L’alcool di una bevuta tra amici che mi appanna e mi scalda mischiando le immagini di dolore degli ultimi giorni alla folla accorsa in centro assetata di acquisti presaldi. Sento quando durerà la nota della mia vita nel grido ancestrale dalle mille voci che spinge questa strana, assurda stella intorno al sole. So che le immagini di dolore di questi trent’anni di negazione non hanno valore, non hanno peso, il mondo non ne terrà traccia. Vivo negando di avere un problema più grande di me e sognando una via di fuga.

L’ultimo giorno dell’anno mi sono svegliata con le assurde, insensate grida di mio padre. Il suo male deve sfogare. Ha trovato un pretesto, ha urlato con gli occhi iniettati di vuoto e disperazione, ha alzato le mani, è andato via sbattendo porte ed oggetti.

La sua vergognosa, vuota disperazione deve venir fuori. Nella nostra casa elegante e pulita pulsano due vite staccate dalla realtà cibandosi l’una dell’altra. Niente misteri: mia madre è gravemente depressa -ormai del tutto allettata-, mio padre un violento con crisi isteriche di rabbia. Un bottiglione rigonfio di vino abbellisce il tutto. E’ la sua medicina, la sua poppata, il suo rimedio. Il demone risiede in lui e periodicamente deve decomprimere quel qualcosa che di lui scorrei violento, urtante, costante. Fuori è solo un uomo schivo sulla sessantina, timido, che rifuggirà lo sguardo il più delle volte.

Ma io sono loro figlia, devo bere da questo calice e dire al padrone di casa che la cena è de-li-zio-sa. Devo essere forte, essere superiore, devo andare oltre. Tutto questo mi fa male e non posso in alcun modo fargliene una colpa. Per il loro bene.

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