I genitori impossibili dei film

I registi dei filmetti americani di quart’ordine sferrano teneri tentativi di immaginare genitori impossibili. Le mamme al peggio iniziano a bere Champagne o Mimosa prima di pranzo. I padri hanno una relazione clandestina con qualche ridicola ventenne. Che tenerezza, che ironia. Che male vivere nella scottante verità. La verità di una madre che per un litigio resta nervosa per giorni e giorni, e riattacca a urlare ad ogni piè sospinto.

– Mamma, stai urlando.

– Non sto urlando.

– Mamma sei agitata, calmati.

– Ho bisogno di parlare, io parlo, se ti da fastidio prendi e vattene fuori dai piedi!!!

La voce rauca, graffiante, il viso ormai irrimediabilmente sconvolto dalla rabbia anche nei momenti distesi. La figura sformata dagli antidepressivi. La parlata cadenzata e pedante. Resterà iperattiva per ore, probabilmente andrà a dormire verso le due e ripulirà tutta casa da cima a fondo per sfogare la rabbia. Quanto è lontana la ragazzina di tanta vita fa… di bianco vestita, la pelle di perla, il sorriso brillante e i capelli neri ondulati e lucenti. Mio padre sente tutto ma continua a starsene a letto, si rimetterà a dormire tra poco.

Mi sento una merda per non essere ancora riuscita a mettere insieme soldi e certezze sufficienti per andarmene di casa. Mi sento una vigliacca per aver rifiutato il posto di cassiera (con cui oggi forse sarei via di qui), per realizzare i miei sogni professionali e personali. Perché tanto sono sempre qui, ancora qui. Sapevo di scambiare la tranquillità del vivere da sola -e con un lavoro di merda per otto ore al giorno- col sogno di una vita professionale migliore, al prezzo dei successivi dieci anni bloccata qui, in questo inferno vivente. E beh, ho mantenuto fede a me stessa: ho subito, sono passata attraverso anni di quintali di merda. Ho resistito fuori casa giorni e notti intere, sono saltata da una biblioteca all’altra su e giù per i treni pur di stare fuori di casa il più possibile, riuscire a studiare in un ambiente sereno, laurearmi e cercare il lavoro dei miei sogni. Qui qualcuno urlava tutto il giorno e tutta la notte. Oggi sono la persona che volevo diventare. Forse più squattrinata, ma vera, concreta, con un futuro davanti agli occhi.

Ora no, di certo la situazione non è grave come in quei lunghi periodi degli anni passati, ma ad ogni nervosismo latente, ad ogni lite tra mia madre e mio fratello (il signorino non ha ancora capito di avere a che fare con una persona malata, che va gestita e controllata… no, ha sempre ragione lui!!) …ad ogni discussione ho il terrore ch crolli di nuovo in quell’inferno.

La malattia mentale avvolge le persone e le risucchia. Si prende la tua identità. Tu vorresti dire Anna, calmati, sei fragile, sei malata, non puoi prendere tutta questa rabbia, devi calmarti o peggiorerai. Non ti risponde Anna. Ti risponde la malattia, e dirà che la malattia non c’è. Che c’è Anna, e Anna ha ragione di fare e disfare. Fa così.

C’è chi dice che non ci sono speranze di curare persone così, che bisogna abbandonarle ai farmaci e salvarsi la pelle. E poi ci sono i salvatori della domenica, gli instancabili, gli psicologi, i dottori, gli amici… che rinfocolano le speranze nella comunicazione, la terapia, parlare cura.

Poi ti passa la voglia di scrivere, vuoi solo mettere su le cuffie ed alienarti. E invece ti costringi a scrivere su uno stupido blog.

Saluti.

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10 pensieri su “I genitori impossibili dei film

  1. Più si entra nella comprensione della malattia e più si diventa forti…….. hai ragione a dire che è la malattia che risponde e ha ragione tua mamma a dire che la malattia non c’è! Possiamo uscire da noi stessi? Alle volte sì…. quando lo facciamo vuol dire che abbiamo sviluppato il “senso critico”, tutte le altre volte giudichiamo e reagiamo secondo i nostri schemi e pregiudizi: secondo cioè il nostro cervello. Noi possiamo spiegare ad una persona non vedente le cose che noi vediamo ma quello che la persona recepirà è strettamente legato ai suoi sensi e avrà su di lei un significato completamente diverso da quello che percepiscono i nostri occhi. Il bipolare non è malato quando urla o pulisce casa fino a consumarla, è malato sempre, è nato così ed è cresciuto percependo il mondo attraverso i suoi picchi! Per questo quando parliamo con i nostri cari ammalati percepiamo cose diverse e intendiamo cose diverse. I farmaci abbassano questi picchi ma sono anche recepiti dalla persona come dannosi. Se ho un dolore e il farmaco me lo toglie mi viene voglia di prenderlo, ma se mi fa sentire diverso da me stesso lo percepisco dannoso.
    Mi chiedo: perchè la medicina non forma i familiari e non ci aiuta ad entrare nella comprensione della malattia? Forse perchè ancora continua a negarla e perchè si deve lottare per anni oper avere una diagnosi di bipolarismo? Può darsi che molti psichiatri siano bipolari?
    Tu hai un buon senso critico e lotti parecchio…. Ce la farai sicuramente
    tvb

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  2. Hai perfettamente ragione nel dire che la medicina dovrebbe costruire un sistema coalizzato di diaologo e condivisione, informazione, partecipazione, attorno alla persona malata. Credo che la responsabilità sia del sentimento comune che ancora affonda nella vergogna diagnosi di questo tipo… che punta a lenire i sintomi più che ad apportare una guarigione profonda. Se quest’ultimo fosse lo scopo, non si potrebbe infatti prescindere da un dialogo costruttivo con le famiglie!

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