Da una figlia

I vicini fanno chiasso. Al solito. Si sfottono, gridano, si lanciano cuscini. Ridono. Cose che si sentono solo fuori. E’ tardi e sono davvero stanca, al lavoro ho quasi buttato la mattinata per poi concentrare tutto nel pomeriggio. Sono stata contenta di rimanere da sola in ufficio fino alle sette passate, nonostante la stanchezza. Fuori diluviava e dalla porta aperta entrava una bell’aria fresca. Mi sento stanca come quando preparavo un esame. Leggevo e storpiavo il libro tutto il giorno, per arrivare ad avere materiale sufficiente per imparare a memoria solo la sera. E allora, proprio verso quest’ora, quando tutti erano davanti alla tele io iniziavo a girare per la stanza col libro in mano, come un copione. Ma i miei trascorsi universitari non sono esattamente ciò che vorrei raccontare stasera. Sto per tirare fuori qualcosa di brutto e triste quindi vi consiglio di girare alla larga.

Ho la presunzione di poter sfatare un paio di miti. Prima di tutto vorrei dire che “depressione” non significa solo tristezza e pigrizia. Poi mi viene da dire che vivere con una persona malata significa vivere per quella persona. Al contempo però, è impossibile soffocare del tutto il bisogno che si ha di quella persona. E allora ti arrabbi, arrivi ad odiarla. Vuoi parlare con quella persona, ma quella che ti risponde è la malattia. Non puoi parlare a viso aperto, non puoi dirle ciò che pensi. La distruggeresti. Non è mai, in nessun caso, uno scabio tra pari.

Se la relazione normale è un dare-avere, quella con una persona malata è solo dare. E questo, specie per una figlia, è difficile da sopportare. Vorrei parlare dei numerosi volti che ha assunto nel tempo la depressione di mia madre, delle fasi e delle intensità raggiunte. Dalla totale mancanza di forza fisica (perfino di stare seduta a tavola, anche se digiunando), alla sua incapacità di cucinare, in alcuni periodi, per gli urti di vomito che le provocava, fino ad intere notti passate a gridare odio e rabbia per ogni questione possibile immaginabile seppellita in 30 anni di matrimonio. Ricordo che una volta, da ragazzina, spronai mio fratello a fare presto, una volta scesi dal bus, sulla strada verso casa, perchè la mamma era sola a casa. Aveva passato gli ultimi due giorni a gridare e piangere per tanti motivi e nessuno che riuscissimo a capire davvero. Il casus belli poteva essere stato un normale screzio con mio padre, o con noi, o tra di noi. O una rispostaccia di mio padre. Ma la reazione era comunque eccessiva. Ovviamente mia madre non è sempre così, ma si tratta di lunghi periodi che ricordo con dolore. Enormi lacerazioni che hanno segnato il suo animo, solchi latenti dietro lo strato di normalità, nascoste dietro la perfezione estetica della nostra casa.

Tento di spiegare tutto questo, tento di impostare una descrizione dei fatti ma fallisco. Non ci riesco. Forse con un ultimo sforzo riesco a tracciare un altro spunto di orrenda verità. La debolezza di mia madre l’ha resa dipendente dal suo detestato marito. Bisognosa del suo boia, più che innamorata, si è procurata una morte lenta e odiosa, come solo la vita di una persona profondamente depressa può essere. Lo dico con tutta la tristezza e la rassegnazione di cui può essere capace una figlia. La nostra casa è bella e perfetta. Ma non è raro trovare sotto il centrino del comò in camera dei miei una lettera di supplica di mia madre per il suo psicanalista. Confidenza, supplica, richiesta, comunicazione. Sono tanti i perchè di quella corrispondenza a senso unico, che si aggiunge alle sedute. Una volta lei era in una fase acutissima di rabbia e disperazione e parlava e gridava tutto il giorno e tutta la notte. Dormiva due o tre ore e poi riattaccava. Io ero sempre all’università e la supplicavo almeno di farmi dormire. Non so come abbiamo fatto a non beccarci una denuncia dai vicini. Era dura stare fuori tutto il giorno per studiare. Col caldo e col freddo passavo da una biblioteca all’altra passando più tempo possibile con i miei amici e compagni di studio.

Il suo bisogno irruente di sfogare, comunicare, dire, la portavano a scrivere al suo psicanalista anche in quell’occasione. Ricordo di aver trovato il foglio a righe fitto di parole in sala. Diceva così: “Io sono niente, io sono merda. Sono una nullità…”. E’ dura essere testimoni della vita di una persona, UNA MADRE, che non ama se stessa. Partorita per aiutare la famiglia, mia madre non ha mai avuto altro scopo che lavorare per qualcun altro. Prima i fratelli ed i genitori, poi il marito, poi per noi figli. La sua spina dorsale ha un prolungamento immaginario con quella di tante altre persone, alcune delle quali non hanno esitato a prosciugarla. Non ha mai avuto per la testa altro desiderio se non quello di DARE, farsi in quattro per gli altri ben oltre le necessità ed aspettative. Il suo “Essere con” è sempre stato un “Essere per”. Questo le ha impedito ab initio di costruirsi una propria identità. Io sono convinta di questo. Io credo che non ci sia altro motivo per cui una persona (che ha un’evidente mancanza di autostima) arrivi a dire e scrivere cose del genere di se stessa.

La lettera proseguiva parlando della sua lotta infinita contro la maleducazione di mio padre, contro i suoi scatti d’ira, la sua bruttezza. E qui tanti si chiederanno perchè allora non l’abbia mai lasciato. Io dico che ha bisogno di lui per vivere, anche se la parola “vita”, qui, suona come una disgustosa ironia.

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25 pensieri su “Da una figlia

  1. Katia ha detto:

    Ciao,
    spero che scrivendo in questo blog tu possa sul serio trovare le risposte che cerchi, dentro di te.
    Purtroppo solo tu puoi farlo, solo tu puoi trovare la chiave per uscire da questa situazione. A volte gli amici non capiscono se non ci sono passati, altre volte semplicemente ti abbandonano. Io ho vissuto entrambe le situazioni, ho trovato solo tanto egoismo.
    Quando mi sono resa conto che anche io ho il diritto di esistere (sembra sciocco lo so) e che questa esistenza me la devo conquistare giorno per giorno, ho iniziato a guarire lentamente.
    Continua a scavare dentro di te e troverai tutte le risposte, e sarà allora che scoprirai che la felicità è possibile. Per il momento io mi accontento di un po’ di serenità.
    A presto,
    P.S.
    Grazie per seguirmi.

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  2. Il tuo blog è struggente, il tuo modo di scrivere e ciò che racconti mi rapiscono davvero.
    Comunque sappi che sei fortissima, ti ammiro per il fatto che in una situazione difficile come la tua, tu abbia trovato la forza di reagire e non cadere tu stessa nel baratro della depressione.
    A presto cara!

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  3. Ciao vespa, mi sono iscritto al tuo blog, con gioia e amarezza allo stesso tempo, vedo che i problemi in famiglia ce li abbiamo un po’ tutti! Dico questo perché anche io ho una situazione a casa simile, non paragonabile alla tua, ma simile. Concordo sul fatto che provi odio, ma è tutta energia sprecata, e allora si diventa indifferenti al dolore, ti chiudi in te stesso per non sentire il dolore, le urla.. Non so se si capisce quello che voglio dire. Comunque voglio dire che bisogna avere tanta pazienza, ignorare chi non ci capisce o non si sforza di capirci, restare legati a quelle poche persone che ci sono nella quotidianità. Un saluto.. Giuseppe!!

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  4. … sono senza parole per l’intensità del tuo post. Come tanti, sono convinta che lo scrivere possa terapeutico, soprattutto perché condividere aiuta ad esternare un problema oggettivo. complimenti per il blog! ti seguirò con piacere, Dina

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    • Grazie per ascoltare le mie confidenze col cuore, grazie di essermi vicina. Il calore e l’affetto sono importanti per ripulire tutto ciò che ho dentro. Ho imparato ad apprezzare i periodi di normalità anche se dentro ho sempre paura che tutto possa crollare nuovamente. Ma tengo duro e penso al mio domani. Da adesso, posso anche condividere con le persone come te, e non sentirmi sola!!

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  5. Ciao vespa! Ho letto tutto d’un fiato il tuo post e non solo perchè è ben scritto. Forse anche mio padre è stato una persona depressa e lo è ancora. Ha vomitato su tutti noi la sua rabbia e le sua ira. Mia madre ha subito finchè un cancro con l’aggiunta della demenza non se l’è portata via.
    Questo per dirti che posso capire quanto racconti e che è struggente.
    Continua a farlo; io passerò di qui sperando tu abbia aggiornato, magari con una bella storia, perchè no.
    😀

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  6. L’ha ribloggato su #Psicologa in lineae ha commentato:
    “E’ dura essere testimoni della vita di una persona, UNA MADRE, che non ama se stessa.” Questa è una delle frasi che più mi ha colpito di questo racconto. “Quattro persone” è il blog scritto da figlia con lo scopo di condividere la storia della sua famiglia raccontando “da dentro la depressione”. Vale davvero la pena leggere qualche riga. Continuerò a dire, e a scrivere, che solo conoscendo si può prevenire. Buona Lettura.
    D.ssa Pasqualina Nappo

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  7. ciao, che dire che non sia già stato detto? Vengo da una esperienza simile – simile, ovvio, perchè niente è identico -; superato il mezzo secolo di vita, dopo averne passato metà a riparare i danni causati una situazione che andava poco a poco alla deriva, ho avuto coraggio e fortuna (che si dice aiuti sempre gli audaci o chi, ad un certo punto, sa di non avere più nulla da perdere), qualche no, dentro, qualche distanza, l’ho presa. Fare delle colpe a qualcuno è sempre controproducente, soprattutto non tira fuori dai guai: è un esercizio sterile che stringe ancora di più le catene. Famiglia? E’ una condizione, a volte, in cui esistono solo legami: non necessariamente la presenza di un legame significa presenza di quell’amore che ogni nuovo venuto al mondo si aspetterebbe di trovare ad accoglierlo. Questo vale anche per chi è venuto prima di noi, ovvio, e forse rende la cosa più dolorosa. Con mia madre non l’ho ancora risolta adesso, la faccenda; credo esistano muri invalicabili, dentro alle persone, di fronte ai quali ogni sforzo di cambiamento è vano. Nella “maggior parte” dei casi sono riuscito ad essere, col tempo, il primo tifoso, supporter, sostenitore di me stesso, il che non esclude l’essere anche, se occorre, un severo critico. Mi è rimasto, credo, lo spirito di curiosità e di ricerca che avevo fin da piccolo, ed è stata la salvezza. So che guardarsi dentro in modo ben fatto è un viaggio, un’avventura che arricchisce sempre chi la intraprende; l’alternativa, dormire davanti a un televisore o peggio. Non sono “felice”, questo no, o forse non ancora: ci sono ancora troppe cose che non mi quadrano, e non è detto che i problemi si possano sempre risolvere. Non so se quel che ti ho scritto ti sarà utile, nè in quale modo: comunque, tenta quel viaggio; se puoi allontanati, anche solo con un gesto se di più non puoi fare, un gesto che esprima tutta la tua intenzione, a te stessa e alle circostanze, di non starci, al “gioco” dell’autodistruzione (fatto da se stessi o per interposta persona, poco importa).

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  8. Il Mecenate ha detto:

    Combattere contro se stessi è una brutta questione:
    un nemico dal quale non si può sfuggire, che conosce ogni tu errore o difetto e che non smette mai di ossessionarti. Una battaglia che ti sfianca e ti lascia indebolito, e questo mondo per i deboli raramente ha compassione.
    La ricerca dell’equilibrio credo sia un sentiero che nel nostro piccolo percorriamo tutti, vincitori o vinti.

    Ti sono vicino e non voglio avere la presunzione di poterti dare una soluzione, credo tuttavia che la strada da te intrapresa possa portare a qualcosa. Ti prego soltanto di non incolpare te stessa per la disperazione altrui.

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    • Grazie delle tue parole piene di comprensione. La ricerca di cui parli è quanto di più importante esista per me, ma anche per tanti altri che, a modo loro, cercano risposte. E sono sempre felice di consocere domande e risposte altrui, al di là dell’apparenza, delle facciate con cui dobbiamo convivere. Grazie ancora!

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  9. Marti ha detto:

    Ciao vespa,
    Sono colpita e sollevata,devo dire, dall’aver trovato il tuo blog. Ho letto queste tue parole tutte d’un fiato, e mi ci son maledettamente rivista.. So che è passato un po’ di tempo da quando ci hai descritto questo tuo quadro.. Ma a ono veramente sbalordita dal modo in cui l’hai fatto. Hai trovato le parole per quelle sensazioni, quelle immagini che a mala pena volevo vedere.. Grazie.
    Comunque, capisco questo dolore che provi.. Il dover allontanarsi da una persona con cui hai un legame così profondo da sentirsi totalmente straziare dentro.. Fa un male cane. Ed è così difficile scegliersi, abbandonare tua padre, e tutta una parte di se stessi.. Ma son sicura che sia la strada giusta, la vita non è lì e nessuno dovrebbe avere il diritto di privartene..

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